LaStampa.it: Più poveri di 20 anni fa

Siamo più poveri di vent’anni fa: in media, il 4% di potere d’acquisto in meno per persona. I dati dell’Istat ieri non ci dicono soltanto che la grande crisi in corso dal 2007 ha colpito duramente l’Italia. Già da prima la crescita economica si era quasi arrestata. Per la prima volta dalla fine della II guerra mondiale, un grande Paese avanzato non avanza più. Possiamo già chiamarlo declino? Inutile prendersela con l’instabilità finanziaria, e tanto meno con l’euro. L’analisi dell’Istituto di statistica, in diversi punti vicina a quella della Banca d’Italia, fa risalire a ben prima i nostri mali. In sintesi, si sono combinati tra loro diversi errori della nostra classe dirigente: non solo i politici, anche gli imprenditori, anche i burocrati, anche altri poteri costituiti. Non c’è da stupirsi se in diverse occasioni, nelle urne e nelle piazze, emerge una complessiva insofferenza verso «quelli in alto». In situazioni del genere si fanno strada i demagoghi, con i quali si cade dalla padella nella brace. E’ stata peraltro tutta la collettività a rendersi conto tardi della gravità della crisi: la percezione dei dati economici - anche questo mostra l’Istat - è stata fino all’estate 2011 fortemente influenzata dai mass media, specie dalla Tv. Nello stesso giorno in cui le statistiche nazionali ci informano che le retribuzioni sono pressoché allo stesso livello di vent’anni fa, da Parigi l’Ocse suggerisce una riduzione dei salari reali per accrescere la competitività e ridurre la disoccupazione. Sono, purtroppo, due facce della stessa medaglia. La produttività in Italia è rimasta ferma mentre altrove aumentava; gli altri con la stessa quantità di lavoro realizzano più beni, noi no. Non siamo stati colpiti da una misteriosa pigrizia. Secondo l’Istat, scelte sbagliate delle aziende e dello Stato si sono rafforzate a vicenda. Un gran numero di imprese non è bravo nell’utilizzare appieno le nuove tecnologie, non sa crescere di dimensione od organizzarsi meglio; fuori gli fanno da freno le inefficienze pubbliche, trasporti faticosi, cattiva formazione scolastica, giustizia civile lenta, mentre l’evasione fiscale favorisce le più inefficienti attività dell’economia sommersa. Una stagione di profitti industriali assai alti, dal 1993 durata circa un decennio, non ha accresciuto né diversificato gli investimenti nelle strutture produttive: fabbrichiamo più o meno le stesse merci. Dal 2000 al 2005, i governanti hanno scialacquato i benefici dell’euro: il minor peso degli interessi sul debito pubblico è stato utilizzato per accrescere le spese. Ora i nodi arrivano al pettine tutti insieme.

L'articolo completo e gli approfondimenti sono disponibili all'indirizzo: http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_articolo=10137&ID_blog=25&ID_sezione=29

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Non è un Paese per donne e giovani e il Mezzogiorno è sempre più alla deriva -

Il Paese dove appena il 20,3% dei figli degli operai è arrivato all'università, contro il 61,9% dei figli delle classi agiate, della generazione nata negli anni '80. Dove il 30% dei figli degli operai abbandona le scuole superiori contro appena il 6,7% dei figli di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti. Perché in Italia la selezione comincia dai banchi di scuola, e non si tratta di una selezione naturale: l'ascensore sociale è bloccato da lungo tempo, dagli anni '60, rileva il Rapporto Annuale Istat.

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Bella gente 2: Blitz Pdl per riaprire il condono edilizio "Stop alle ruspe anche in zone vincolate"

Con un blitz in Commissione Ambiente del Senato, il Popolo della libertà ha imposto all'ordine dei lavori la discussione di tre disegni di legge che hanno mirano a riaprire i termini dell'ultimo condono edilizio del 2003.Primi firmatari dei provvedimenti sono due senatori campani del partito, Carlo Sarro e Gennaro Coronella, e il Commissario regionale, Nitto Palma, ex ministro della Giustizia. La tentazione di riaprire i termini del condono per cercare di fermare le ruspe nella regione italiana probabilmente più devastata dall'abusivismo edilizio non è nuova. Già nel febbraio scorso il Pdl (con il sostegno di Fli) aveva cercato di infilare una simile norma "ad regionem" (sarebbe valsa per la sola Campania) all'interno del decreto "milleprororoghe", ma il tentativo era naufragato grazie all'opposizione di Pd, Idv e Lega. Questa volta l'escamotage usato sarebbe la necessità di "riparare" il danno subìto dai cittadini campani, in relazione alla decisione della Corte Costituzionale che nel 2006 ha censurato una legge varata dalla Regione Campania per differire i termini di sanatoria legati all'ultimo condono. Ma proprio in quanto la Consulta ha respinto la possibilità di un "condono regionale", in caso di approvazione le proposte avanzate oggi <p> in Commissione Ambiente del Senato porterebbero al varo di un quarto condono edilizio nazionale, valido anche per le edificazioni abusive avvenute nelle aree vincolate. "Il procedimento di demolizione - si legge ad esempio in uno dei ddl - è comunque differito anche nel caso in cui sia stata accertata la violazione di vincoli paesaggistici, salvo che sia stato concluso il procedimento di adozione del nuovo piano paesaggistico".

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Terrorismo - La Parola -

(da terrore, latino terror).Metodo d'azione politica consistente nell'uso illecito della violenza contro persone o beni, al fine di generare terrore per intimidire o influenzare i governi o la popolazione civile. Non esiste una definizione giuridica internazionalmente accettata di terrorismo, data l'indeterminatezza del termine 'illecito'. Terrorismo è infatti una nozione polemica, che attribuisce all'autore del gesto terroristico connotati di irregolarità, slealtà, odiosità, ferocia, disumanità, ferinità; ovvero il terrorista non è un nemico legittimo ma è un criminale; non un criminale comune, però, ma un particolare tipo di criminale particolarmente pericoloso perché non ha finalità private o predatorie (in tal caso sarebbe banditismo) ma pubbliche (appartiene alla sua natura rivolgersi con le proprie azioni all'intera opinione pubblica, per influenzarla) e idelogiche (o religiose). Anche il terrore non è facilmente utilizzabile come elemento chiarificatorio. L'uso del terrore, infatti, è una pratica storica ininterrotta, che è propria tanto degli Stati (le guerre simmetriche rivolte contro le popolazioni civili, come la seconda guerra mondiale) quanto dei combattenti irregolari (le guerre asimmetriche, di guerriglia e di controguerriglia), e che ha caratteristiche sia di liberazione (le lotte anticoloniali) sia di oppressione. Per quanto riguarda lo spazio interno, inoltre, si può parlare di terrorismo sia di Stato sia contro lo Stato (l'eversione), con finalità sia reazionarie sia rivoluzionarie. Non ci sono neppure indicazioni che le pratiche terroristiche siano legate a fasi di crisi economica più che a fasi di sviluppo; mentre l'annotazione che il terrorismo è segno di uno squilibrio della società è troppo generica e non serve a istituire alcun significativo legame di causa e di effetto. A fronte della vaghezza del termine, considerato in astratto, si può dire in concreto che nelle democrazie contemporanee il terrorismo - la violenza politica estrema - è una gravissima patologia, ed è del tutto illegittimo, perché lo spazio pubblico è in linea di principio aperto a tutto e a tutti, e perché in ogni caso esistono molti modi simbolici per dare voce al dissenso anche più radicale, senza che si renda necessario attivare all'interno dello Stato il  rapporto mortale amico/nemico. Semmai, è proprio il terrorismo a mettere in pericolo la democrazia, perché genera nei cittadini una richiesta di sicurezza che può portare i sistemi politici a modificare in senso restrittivo gli assetti garantistici degli ordinamenti, e a gestire il potere in una logica d'emergenza e di segretezza. Insomma, il terrorismo è non solo una pratica illegale e criminale ma è anche controproducente, perché riduce gli spazi della legge ordinaria e apre la strada alle leggi speciali. Molto spesso è proprio questo inasprimento del potere ciò che i terroristi desiderano, per dimostrare che ogni democrazia è pronta a rovesciarsi in dittatura, e per essere così legittimati a porsi come nemici politici del potere. E per questo stesso motivo spesso il potere è stato coinvolto nel terrorismo, dal quale è stato sì sfidato ma nel quale ha anche visto un'opportuna occasione (è stato il caso, in Italia, del terrorismo rosso) e un ottimo strumento (il terrorismo nero) per rafforzare la propria presa sulla società, e per bloccarne sviluppi indesiderati. Insomma, il terrorismo è sia un fatto criminale sia un fenomeno politico, illegittimo e sfuggente ma da gestire con grande attenzione: infatti, lottare contro il terrorismo senza servirsene e senza eccedere nella repressione, cioè restando all'interno delle forme e della sostanza dello Stato di diritto e della democrazia è uno dei compiti più difficili della politica contemporanea. Un compito da non fallire, se non si vuole aggiungere alla crisi economica anche la crisi democratica.

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Il supermarket della Fornero - Un padano a Roma - ComUnità - l'Unità

Stretto nella morsa della recessione, con i sondaggi in picchiata (fiducia in Monti al 38%, sei mesi fa era al 71%, dato Swg) e una maggioranza sempre più traballante, il governo mostra il lato caritatevole. In conferenza stampa a palazzo Chigi, oggi  Monti e il ministro Fornero si sono prodigati per far capire che loro non sono solo quelli dei tagli e della tasse, ma puntano alla solidarietà, al sostegno degli anziani, e anche dei poveri.  E così spuntano 2,3 miliardi di fondi europei da ricollocare, in quattro regioni del Sud. E torna anche la social card, già assai controversa ai tempi di Tremonti.  Fornero fa quello che può per sembrare “umana”. Ma l’aria da maestrina proprio non riesce ad abbandonarla. “Vogliamo aiutare i poveri a ritrovare una strada, è un po’ il concetto di empowerement”, spiega guardando Monti, fiero dell’inglese della collega. Che significa? La traduzione letterale indica lo sviluppo di maggiore fiducia nelle proprie capacità. “Noi non diamo 50 euro al povero perchè possa spenderli al supermercato, ma per attivare percorsi che possano rendere queste persone meno povere”, spiega Fornero, mentre il gigantesco diamante nella mano sinistra brilla sotto la luce dei riflettori della sala stampa di palazzo Chigi. Quale sia il percorso da attivare con 50 euro non è dato sapere. Così come non si capisce perchè uno, con l’elemosina deli professori, non possa andare al supermercato a comprare ciò che crede. Ma i tecnici tirano dritti. Oggi era al giorno della faccia buona,  l’occasione per dimostrare che loro sono in sintonia con le sofferenze del Paese. Peccato che la ciambella sia venuta un po’ così. Pericolosamente simile ai discorsi dei neocon di George W. Bush e al loro capitalismo compassionevole.

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La bella gente

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I berlusconiani hanno un obiettivo, azzerare il piano anti-corruzione del ministro della Giustizia e mandare il ddl in aula con il vecchio testo uscito dagli uffici dell'ex Guardasigilli Angelino Alfano, e recisamente bocciato dalle toghe. Nessun aumento di pena per i delitti di corruzione, quindi prescrizione invariata rispetto a oggi, né nuovi reati come traffico di influenze e corruzione tra privati. 

 Il verbo "sopprimere" è il protagonista del Pdl barricadiero. Quello di deputati come Francesco Paolo Sisto e Manlio Contento, entrambi avvocati, che hanno firmato nell'ultima settimana, e ancora ieri, gli emendamenti che cancellano quello di Severino e il falso in bilancio proposta dall'Idv. Ufficialmente il Pdl non si butta nella mischia, l'avvocato Niccolò Ghedini privilegia la strategia dello "stare a guardare", la mette in pratica il capogruppo alla Giustizia Enrico Costa. 

 Ma ad agire sono Sisto e Contento. Venerdì scorso, allo scadere del termine per le modifiche al ddl anti-corruzione, ecco la proposta di Sisto di punire la concussione solo qualora vi sia un passaggio di denaro e di un'altra "utilità patrimoniale". In fumo il processo Ruby e la concussione di Berlusconi. 

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A denunciare il fatto è Roberto Soloni, di Giussano democratica, lista civica di centrosinistra. “In aula si stava parlando delle case popolari e l'assessore è intervenuto dicendo che per gli stranieri morosi ci vorrebbe il napalm per bruciarli”, racconta l'esponente dell'opposizione. Da qualche settimana la giunta di centrodestra ha messo sotto la lente di ingrandimento gli inquilini delle case popolari. Fra questi, la maggior parte stranieri, molti sono in ritardo con i pagamenti. A spiccare è il caso di un marocchino che ha accumulato 28mila euro di debito. La giunta precedente, di centrosinistra, al corrente delle difficoltà economiche dell'uomo, in accordo con il diretto interessato e il suo datore di lavoro aveva deciso di trattenere una parte del suo stipendio per ripianare il passivo. Un'intesa ancora valida e che a piccoli passi dovrebbe rimettere a posto le cose. Ma proprio quando si è arrivati a parlare di questo caso è esplosa la rabbia del lumbard.“Prima ha inveito contro il nostra volontà di aiutare chi è in difficoltà facendo intendere che dietro la nostra politica si nascondono voti di scambio – racconta Soloni – poi se n'è uscito con la storia del napalm”. Il diretto interessato nega: “Mi sono espresso in modo diverso”. “Ci sono le registrazioni audio della seduta che dicono il contrario”, replica Roberto Colzani, esponente del Pd cittadino. “Un medico che ha fatto il giuramento di Ippocrate non può dire una cosa del genere”, taglia corto il capogruppo del Pd in consiglio provinciale, Domenico Guerriero.

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Wal-Mart, cattivi come sempre - America2012 - ComUnità - l'Unità

Ieri il New York Times ha pubblicato una sua lunga inchiesta sulle tangenti pagate da Wal-Mart in Messico. Ventiquattro milioni per aprire in fretta megastores, ottenere permessi e così via.  Quando al quartier generale di Betonville, Arkansas seppero del comportamento del loro manager, anziché cercare di mettere a posto la situazione, lavorarono per nasconderla. Anzi, l’uomo che aveva organizzato il pagamento delle tangenti e favorito la crescita del gruppo in Messico, Eduardo Castro-Wright, venne promosso a vicepresidente di tutto il gruppo. Questa in sintesi la denuncia del Times, accompagnata come sempre da testimonianze e prove. Che non si spara contro Wal Mart senza documentazione. Nonostante sia una catena di negozi – niente di innovativo o tecnologico – Wal-Mart è il più grande datore di lavoro degli Stati Uniti, la prima multinazionale del Paese da due anni a questa parte (8 volte in dieci anni, secondo Fortune). Produce più o meno tutto quello che vende e vende in Messico, Cina (qui una mappa dei negozi cinesi) e ovunque ci sia necessità di prodotti a poco prezzo. Quasi non troverete Wal-Mart a Manhattan, a San Francisco, nel centro di Chicago. I suoi negozi sono lungo le strade che connettono i suburbs ai centri urbani, nelle aree depresse. In Messico l’anno scorso hanno venduto per 29 miliardi di dollari, aperto più di 350 negozi. Ma ha trovato il modo di evadere le tasse. Anche pagando tangenti. Un modo come un altro di contribuire alla democratizzazione del vicino destinato a essere una parte integrante del futuro degli Usa. Come quando nell’anno della crisi finanziaria Wachovia riciclava il denaro dei narcos – la banca ha patteggiato per 110 milioni, ergo era colpevole. Wal-Mart come molte altre compagnie tende ad avere un’attitudine crociata, tradizionalmente anti sindacati. Il gruppo, che resta familiare, ha prodotto gli ereditieri più ricchi d’America (la loro ricchezza è equiparabile al totale di quella del 30% più povero). Due anni  fa ha lanciato una campagna per abbassare la propria impronta ecologica in Cina, imponendo nuovi standard ai suoi fornitori. Senza alzare i prezzi che è disposta a pagare: molto bassi. Qui una lunga inchiesta di Mother Jones racconta come mai non è riuscita nell’intento di abbassare il consumo di energia e ridurre il proprio tasso di inquinamento.

Un esempio? il grafico qui accanto, che racconta il viaggio di una T-shirt dalla raccolta del cotone fino al negozio. Wal-Mart infatti è il cuore del modello di consumo americano: produci a poco in Cina, vendi a poco a consumatori senza soldi in America. Nel complesso un pessimo modello. Se aggiungiamo che le organizzazioni di donne sono molto critiche con il gruppo, che paga meno le donne, le discrimina e non le promuove mai a posizioni di rilievo (una class action è finita alla Corte Suprema l’anno scorso, ma ha perso), abbiamo un quadro edificante.  Infine, un po’ di ipocrisia: Wal-Mart è saltata a bordo della crociata di Michelle Obama contro l’obesità promettendo nuovi prodotti e misure dei prodotti commercializzati. Ma, quanto a ecologia non ci siamo: i prodotti con l’etichetta “locale” sono classificati così perché vengono dallo Stato in cui è il negozio. Non solo, se nel 2004 versavano più di un milione in contributi elettorali ai repubblicani, da quando c’è Obama alla Casa Bianca hanno quasi pareggiato i conti, versando, per esempio quest’anno, 290mila ai democratici e 330mila ai repubblicani. I soldi vanno alle persone capaci di influenzare le scelte – se sono repubblicani, meglio. Ma questa è una caratteristica di molte grandi corporation americane. Se sono i repubblicani al potere, preferiscono loro. Se ci sono i democratici, dividono.

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Politica, soldi e auto blu: la vita sognata dai figli e quella vissuta dal Senatur - Gian Antonio Stella

Troppo comodo, scaricare sui figli. Sia chiaro, i viziatissimi «bravi ragazzi» di Umberto Bossi, con quella passione per le auto di lusso, i telefonini ultimo modello, le pollastrelle di coscia lunga, i soldi facili, se li meritano tutti i moccoli lanciati su di loro dagli italiani che faticano ad arrivare a fine mese e più ancora dai militanti leghisti che si tassano per comprare i gazebo e sono messi in croce in questi giorni dalle battutine feroci dei compaesani.Deve essere insopportabile, per tanti volontari che vanno gratis ad arrostire polenta e salsicce (o addirittura il toro allo spiedo: maschio sapore celtico) alle sagre padane, vedere nei video dell'ex-autista la sfrontata naturalezza con cui il Trota afferra e si mette in tasca quelle banconote da cinquanta euro che a loro costano ore di lavoro in fabbrica o sui campi. O sapere che i soldi dei rimborsi elettorali al partito, soldi dei leghisti e di tutti i cittadini italiani, sono stati usati per affittare le Porsche di Renzo, tappare i debiti seminati da Riccardo o rifare un naso nuovo a Sirio Eridano. Ma sarebbe davvero troppo comodo, per chi vuole fare sul serio pulizia dentro il partito, scaricare tutto addosso a quei «monelli». Alla larga dai tormentoni sociologici, per carità, ma mettetevi al posto loro. Tirati su dentro un «cerchio magico», sono cresciuti come rampolli di una strana dinastia vedendo che la «Pravdania» pubblicava sei paginate d'untuoso omaggio per il genetliaco di papà («Sono più di venti anni che in questo giorno porgo i miei auguri al nostro amato Segretario...», scriveva con nord-coreano trasporto Giuseppe Leoni) e ne dedicava una intera al compleanno di Roberto Libertà: «Che fortuna avere 12 anni e festeggiarli in cima al Monte Paterno!». Per non dire di quell'altra che celebrava mesi fa una gara automobilistica del figlio di primo letto sul circuito del Mugello: «Weekend a tutto gas per Riccardo Bossi».Di qua assistevano alle sfuriate paterne (arricchite da corna, sventolio del dito medio, rutti e pernacchie) contro i lavativi e i «magna magna» e tutti quelli che vivevano «alle spalle dello Stato coi soldi del Nord» e di là vedevano mamma Manuela, pensionata baby dal 1996 quando aveva appena 42 anni, incassare per l'istituto «privato» Bosina («Scuola Libera dei Popoli Padani») contributi di soldi pubblici e leghisti (cioè ancora pubblici dati i rimborsi elettorali) così sostanziosi che Nadia Dagrada, la segretaria del Senatur, detterà a verbale: «Ho appreso da Belsito che nel 2010-2011 gli era stato chiesto da Manuela Marrone di accantonare, per cassa, una cifra di sostegno per la Bosina pari a circa 900 mila o un milione di euro». Di qua sentivano il papà declamare che lui «dalla parte del popolo che si alza per andare a lavorare alle quattro di mattina», di là lo vedevano a quell'ora semmai andare a letto. E leggevano nella sua stessa autobiografia «Vento del Nord» scritta con Daniele Vimercati («L'ho letta tre o quattro volte... È un libro che mi piace rileggere spesso», raccontò Riccardo al Corriere ) che di fatto, tranne 10 mesi all'Aci, lui non aveva lavorato mai.Di qua ascoltavano lo statista di famiglia tuonare in tivù contro «Roma ladrona» e «i politici di professione», di là gli vedevano accumulare legislature su legislature al Senato, alla Camera, all'Europarlamento. Di qua si bevevano le sue battute da intellettuale da osteria («È una battaglia tra espressionisti e impressionisti: noi siamo Picasso e gli altri dei muratorelli ignoranti»), di là apprendevano dai ritratti giornalistici e dalle interviste della prima «signora Bossi» Gigliola Guidali o della zia Angela («Ha detto che sono buona solo a far bistecche! Lui! Ah, se le ricorda bene le mie bistecche, lui! Perché per anni solo quelle ha mangiato, quel mantegnù . Che se non mangiava le mie bistecche, caro il mio Umberto... Ooh! Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato») che il padre era stato uno studente discolo quanto Lucignolo, che aveva lasciato per noia l'istituto tecnico per periti chimici a 15 anni per diplomarsi («La prima tappa della mia marcia di avvicinamento alla cultura fu la scuola Radio Elettra di Torino, un corso per corrispondenza») quando era già sulla trentina. Certo, non tenevano conto che quel padre capace di dire tutto e il contrario di tutto (memorabili le retromarce non solo sul Berlusconi «mafioso» ma sulla Lega baluardo della cristianità dopo aver mandato a dire al Papa: «Oè, Vaticano: la Padania non ha interesse a cambiar religione, ma l'indipendenza non è in vendita. T'è capi'?») aveva anche uno straordinario fiuto politico e una capacità formidabile di parlare

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Un tempo si diceva: l'operaio vale come un cavallo - Laboratorio di politica - ComUnità - l'Unità

La potenza economica, simbolica, politica che l’imprenditore concentra nelle sue mani è troppo soverchiante rispetto all’angusta capacità di influenza che resta nel raggio d’azione di un singolo prestatore d’opera. Il contratto individuale, massima incarnazione del dogma liberale della volontà soggettiva, si rivela una finzione ingannevole. Nelle vesti della astratta eguaglianza formale, il contratto tra singoli appare come uno strumento pieghevole a disposizione del soggetto più forte economicamente, che ha la maniera di imporre agli altri contraenti i tempi, i modi, i luoghi, le remunerazioni, le condizioni del lavoro. Con il contratto individuale di lavoro, il denaro ha un potere di controllo tale da ridurre il singolo lavoratore a un ingranaggio irrilevante. Solo quando i singoli lavoratori possono mettere insieme di fronte al padrone la loro unica forza (il numero) cambiano in maniera significativa le condizioni giuridiche del lavoro. Questa, lo ha chiarito un classico del giuslavorismo come O. Kahn-Freund, è la genesi del diritto del lavoro, invenzione novecentesca, a confine tra diritto privato e diritto pubblico, che in tanti sulla scia di Marchionne vorrebbero oggi consegnare all’oblio. Il diritto del lavoro nasce riconoscendo esplicitamente l’asimmetria di potere esistente tra il dipendente e l’imprenditore, asimmetria che può essere attenuata, non annullata in una economia di mercato solo immettendo visibili correzioni: contratto collettivo, regole pubbliche. La più rapida libertà di licenziamento individuale per motivi economici, in un Paese che non crea nuovi posti e ha da sempre una scarsa mobilità, rappresenta una inversione radicale rispetto al diritto del lavoro classico. Quest’ultimo era nato a garantire una (relativa) protezione del contraente più debole, le manutenzioni odierne mirano a rendere più completo il comando assoluto dell’impresa sul lavoro attraverso un più snello potere di licenziare e disciplinare. L’impresa rivendica una maggiore discrezionalità nei licenziamenti per esigenze di costo (per sbarazzarsi dei lavoratori che sul bilancio pesano di più: con maggiore anzianità di servizio, con più figli a carico, con ripetute gravidanze, con difficoltà fisiche o comportamentali di diversa natura), per motivi di controllo e sorveglianza (dei ribelli, delle teste calde, o semplicemente dei più combattivi), per ragioni simboliche (per mostrare chi comanda nella società e chi ha la forza reale per toccare l’egemonia nelle culture, nelle politiche). Sta emergendo un nuovo e paradossale diritto del più forte. Di diritti a favore del contraente più debole non si muore, come teme Marchionne, spettrale è invece il trionfo della logica d’impresa, agitata come una clava dalle nuove potenze, nostalgiche dei bei tempi antichi quando del lavoratore si poteva fare come per la locatio bovis.via laboratoriodipolitica.comunita.unita.it

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Il tabù rovesciato - Ezio Mauro

Dunque "se il Paese non è pronto" il governo potrebbe anche lasciare. Non è una frase felice quella pronunciata a Seul dal Presidente del Consiglio riguardo all'articolo 18. Chi certifica infatti quando il Paese è "pronto" e in base a quale canone? E soprattutto non siamo a scuola e non tocca ancora ai governi dare il voto ai cittadini: semmai l'opposto.

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