Leonardo: Lettera a un giovane ichino

Tu non stai chiedendo di abbattere il mio steccato. Quello ormai resta. La Fornero non si pone neanche il problema. Nemmeno Ichino osa. Il mio steccato non è in discussione. Tu stai semplicemente lottando perché nessuno sia più ammesso dall'altra parte. Chi è stato assunto prima della futura riforma Ichino resterà più o meno garantito. Gli altri, anche se sono arrivati a un tempo determinato dopo anni di contratti a progetto, resteranno per sempre al di qua. Licenziabili per un capriccio.

Posso essere più chiaro? Tu non stai lottando per togliere un diritto a me. Tu stai chiedendo che lo stesso diritto non possa più essere esteso al te stesso di domani. E si capisce, sei giovane e pieno di energia. Cambiare contratto una volta al mese non ti spaventa, perché dovresti ambire a una sistemazione a tempo continuato sotto l'ombrello dell'articolo 18? e a una panchina ai giardinetti, già che ci siamo? Largo ai giovani.

Lo stesso vale per le pensioni. Quando chiedi che siano tagliate, non stai parlando delle pensioni dei tuoi genitori. Stai parlando della tua. Quando auspichi l'abolizione della pensione di anzianità, non stai parlando della mia anzianità: stai parlando della tua. Quando chiedi che sia innalzata l'età pensionabile, è della tua vita che si parla. (Ma tanto tu non invecchierai come tutti gli altri, tu a 66 anni sarai ancora pieno di tanta voglia di fare). Lo so che sei in buona fede, quando pensi che il corpo flaccido e inerte del mondo del lavoro si meriti una sferzata: voglio solo essere sicuro che tu abbia capito che l'unica schiena a disposizione è la tua. Dopodiché, puoi continuare a ichineggiare e perfino sacconeggiare, se ti fa sentire bene. Magari hai ragione. Magari davvero l'unica strada è quella di alzare l'età pensionabile (la tua), e rendere più facile il licenziamento (tuo). Io resto scettico, ma è Ichino l'esperto.

E lui sta pur tranquillo che non lo licenzia nessuno.

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L'articolo 18 tra fatti e propaganda - CARLO CLERICETTI -

IL fatto che in una situazione economica drammatica come quella che stiamo vivendo si senta il bisogno di riaccendere lo scontro sociale tentando di nuovo l'affondo contro l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è quantomeno stupefacente. Conviene ricapitolare di che cosa si sta parlando, perché c'è il rischio, nel tourbillon delle polemiche, di dimenticare l'esatto motivo del contendere.

Chi dice che "in Italia non si può licenziare" mente sapendo di mentire. L'articolo 18 vieta esclusivamente i licenziamenti individuali, cioè di quella particolare persona, "senza giusta causa o giustificato motivo". Qualora ciò avvenga si può ricorrere al giudice del lavoro che, se non riscontra la giusta causa, dispone il reintegro nel posto di lavoro; altrimenti il licenziamento resta valido. Nei ruggenti anni '70 i magistrati tendevano a dar quasi sempre ragione al lavoratore, anche contro l'evidenza dei fatti (colpa comunque non della norma in sé, ma di come era applicata). Ma l'aria è cambiata da un pezzo, tanto nel paese che tra i magistrati, e oggi l'esito di queste cause non è affatto scontato. Quindi, licenziare una persona si può, se ci sono giusta causa o giustificato motivo.

Lo Statuto dei lavoratori si applica soltanto nelle aziende che abbiano più di 15 dipendenti, quindi riguarda circa la metà dei lavoratori dipendenti. E' stato affermato più volte, in passato, che questo costituisce un freno alla crescita dimensionale delle imprese,

che è uno dei problemi della nostra economia. E' semplicemente falso: se così fosse, si dovrebbe riscontrare una discontinuità nel numero delle aziende per classe dimensionale, con un addensamento appena sotto i 15 dipendenti (quelle che "non crescono" per non ricadere nell'applicazione dello Statuto). Invece nessun dato conforta questa affermazione. Quanto ai licenziamenti per motivi economici  -  cioè perché l'azienda è in difficoltà  -  si possono fare eccome, come tutti purtroppo hanno potuto constatare specialmente da quando è scoppiata questa ultima crisi.

Uno degli argomenti più singolari in favore dell'abolizione, che l'ex presidente di Confindustria Antonio D'Amato aveva all'epoca ripetuto più volte, è che "se un imprenditore scopre che la moglie lo tradisce con un suo dipendente non ha la possibilità di licenziarlo". Ora, delle due una: o questi casi sono frequenti, e allora forse gli imprenditori dovrebbero fare più attenzione a chi sposano, oppure, come sembra più probabile, qualche caso del genere sarà pure accaduto, ma non si vede perché qualche evento casuale e sporadico dovrebbe essere ritenuto sufficiente per eliminare una norma che garantisce tutti rispetto a una cosa assai più seria, come l'eventuale arbitrio del datore di lavoro.

Ma al di là di queste motivazioni folcloristiche, che però testimoniano la pochezza delle argomentazioni degli "abolizionisti", nessuno ha mai dimostrato perché mai la possibilità del licenziamento individuale andrebbe a favore di chi il lavoro non ce l'ha o subisce la piaga del precariato. Nessuno ha mai spegato perché mai sarebbe questa la via per far aumentare i posti di lavoro.

L'argomento oggi più utilizzato per sostenere l'abolizione è quello del "dualismo" del mercato del lavoro, diviso tra coloro che sarebbero "iperprotetti" e coloro invece che sono privi di tutte o quasi le protezioni. In quest'ultima condizione si trova la maggioranza dei giovani, il che permette di sostenere un'altra tesi insensata, e cioè che le garanzie conquistate dai padri vanno a scapito dei figli.

Si tratta, appunto, di nient'altro che pessima propaganda. A prescindere dal fatto che, come si è ricordato, circa la metà dei dipendenti non è coperta dallo Statuto dei lavoratori (e certo non sono tutti giovani), c'è un motivo molto semplice per la prevalenza tra i giovani delle forme di contratto precarie: la "Legge Treu", ossia il primo pacchetto di norme che ha introdotto varie tipologie di contratti diverse da quello fino ad allora standard, ossia il contratto a tempo indeterminato, è relativamente recente, del 1997. Le tipologie sono state ulteriormente aumentate dalla legge 30 del 2003 (quella impropriamente definita "Legge Biagi": altro colpo propagandistico). Da allora sono state utilizzate prevalentemente queste forme contrattuali, ed è ovvio che vi siano incappati coloro che entravano sul mercato del lavoro, appunto i giovani.

Ma perché questi nuovi contratti (che sono un numero abnorme: ben 46, come ricorda la Cgil) sono così tanto preferiti al vecchio? Il primo e più importante motivo è che costano molto meno. In molti casi non si ha diritto a ferie, e nemmeno alla malattia. Il carico contributivo, che per i contratti a tempo indeterminato è all'aliquota del 33%, per questi contratti all'inizio era addirittura al 10, e poi negli anni è stata progressivamente aumentata ed è arrivata (dal 2010) al 26,72%, comunque ancora meno di quella standard. Ovviamente, essendo tutti contratti a termine, consentono la massima flessibilità nell'uso della forza lavoro senza alcun problema né normativo né economico.

Questi "contratti senza diritti" hanno favorito o no un boom dell'occupazione? Proviamo ad esaminare qualche dato. Tra il '97 e il 2008 (inizio della crisi e massimo storico dell'occupazione) gli occupati sono cresciuti di 3,225 milioni. Ricordiamo che gli "occupati", secondo la definizione Istat (dalle cui serie storiche sono stati estratti questi dati), sono coloro che hanno svolto almeno un'ora di lavoro retribuito nella settimana della rilevazione. Prendiamo un altro periodo di 11 anni, cominciando dal 1970, anno di entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori: tra il '70 e l'81 l'aumento è stato di 1,425 milioni, meno della metà. Naturalmente stiamo valutando questa variazione alla luce di una sola variabile, quella dei cambiamenti contrattuali (e peraltro solo i più rilevanti) senza considerare tutti gli altri aspetti della congiuntura che possono aver pesato. Ma insomma, se si afferma che il problema più serio è l'articolo 18, almeno per avere un'idea è legittimo farlo.

Confrontiamo ora un altro dato, le unità di lavoro. In questa definizione le posizioni lavorative a tempo parziale, principali o secondarie, sono aggregate in modo da formare posizioni a tempo pieno. Quindi si conta, in questo caso, quanti posti di lavoro a tempo pieno ci sono. Dal '97 al 2008 le unità di lavoro sono aumentate di 2 milioni e 268.000. Ma la "tara" di questa cifra è costituita innanzitutto dalla grande ondata di regolarizzazione degli immigrati (circa 700.000); e poi si può supporre che sia stata in questo modo regolarizzata una qualche quantità di lavori che altrimenti sarebbero rimasti in nero: effetto non disprezzabile ma certo non una svolta epocale. Vediamo ora cosa è successo tra il '70 e l'81. Le unità di lavoro sono aumentate di 2 milioni e 110.000: quasi la stessa quantità, e senza regolarizzazioni di immigrati, nonostante l'entrata in vigore del "terribile" articolo 18.

Che cosa se ne può concludere? Che  i 46 nuovi tipi di contratti "precari" non hanno generato una creazione di posti di lavoro (quelli li crea la crescita, non le regole contrattuali), ma hanno solo sparpagliato su più persone pezzi di lavoro peggio retribuito ed assistito.

Ma almeno, questo grande aumento della flessibilità nell'uso del lavoro è andato a vantaggio della competitività? Anche in questo caso la risposta è negativa, come tutti sanno. Peraltro, è anche noto che la produttività delle imprese è direttamente correlata alla loro dimensione, ossia sono le più grandi ad essere più produttive. Le più grandi: ossia quelle in cui si applica lo Statuto dei lavoratori con il suo bravo articolo 18. Il che dovrebbe far venire per lo meno qualche dubbio sul fatto che l'uso del fattore lavoro sia l'elemento determinante rispetto a produttività e competitività.

E dunque: è giustissimo proporsi di eliminare il dualismo del mercato del lavoro, ma non è stato finora avanzato un solo motivo valido a sostegno del fatto che ciò debba avvenire riducendo i diritti di quella parte che li ha ottenuti con un lungo e travagliato processo storico. L'unico motivo a cui si può pensare è  -  non a caso  -  non detto. Che cioè la libertà di licenziamento possa servire per liberarsi progressivamente dei lavoratori più anziani (quelli stessi a cui si è appena elevata l'età di pensionamento), che hanno il difetto di aver maturato retribuzioni mediamente più elevate, assumendo al loro posto i giovani "a basso costo". Se è così si capirebbe che cosa voglia effettivamente dire che "la protezione dei padri toglie il lavoro ai figli". Ma certo l'impatto psicologico è un po' diverso.

C'è comunque in tutto questo un altro fattore davvero singolare. Non è mai stata la Confindustria  -  tranne ai tempi del berlusconiano D'Amato  -  a guidare la crociata contro l'articolo 18. Questo è un tema caro alla cultura di destra, con l'appoggio di alcune personalità che, pur collocandosi nello schieramento di centro-sinistra, di quella cultura hanno evidentemente subito l'egemonia culturale. Anche questo dovrebbe far sorgere qualche dubbio sulla rilevanza per l'economia dell'articolo 18. Si spera che il governo dei tecnici rifletta bene prima di impegnarsi in questa battaglia.

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L'aristocrazia democratica tra limiti e virtù - Ilvo Diamanti

Naturalmente, questo "stato di emergenza" non può durare all'infinito. Questo governo, composto da tecnici, non potrà "scaricare" a lungo sul Parlamento e sui partiti l'insoddisfazione sociale sollevata dalle conseguenze della crisi. Né la frustrazione prodotta dalle politiche economiche e fiscali. Inoltre, difficilmente potrà promuovere interventi a favore della crescita e delle liberalizzazioni, senza il sostegno del Parlamento e dei partiti. Particolarmente sensibili agli interessi e alle pressioni di categorie sociali grandi ma anche piccole. Per la stessa ragione, gli riuscirà difficile realizzare, se non riforme istituzionali, almeno quella elettorale. Necessaria per restituire ai cittadini un maggiore controllo sugli eletti. Questa sorta di "aristocrazia democratica". Non può durare all'infinito. Ma può servire. Non solo ad affrontare l'emergenza economica. Ma a restituire fiducia e dignità alle istituzioni. A rivalutare la competenza, i comportamenti, la credibilità, lo stile come virtù democratiche. E non come meri accessori "tecnici". Di secondaria importanza per la politica e il governo.

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Marchionne, i fatti…un corno - Bartali - ComUnità - l'Unità

La verità (amarissima) è che Marchionne ha già deciso che nella nuova Pomigliano per la Nuova Panda serviranno molto meno dei 4.500 lavoratori che c’erano prima. E allora i Bartali di oggi (i primi della nuova piattaforma “comunita”) sono gli operai iscritti a Fim e Uilm (quelli della Fiom no, quelli sono troppo antagonisti…) che al referendum del giugno 2010 hanno votato “Sì” credendo alle promesse di Marchionne e, sotto il ricatto della Fiat di lasciarli in mano alla Camorra se avessero fatto altrimenti, hanno rinunciato a diritti, pause, malattie e quant’altro pur di avere uno straccio di lavoro.  E quel lavoro ora non ce l’hanno e rischiano seriamente di non averlo mai. Dicono che alcuni di loro abbiano addirittura deciso di iscriversi alla Fiom…

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#ScuolaMedia #Fallimento #Fuga. - La ricreazione non aspetta - Mila Spicola

Se a un ragazzo la scuola non piace non è solo perché “è un lavativo”, se la trova estranea, ostile, “straniera” (perché parla proprio un’altra lingua), ed è così che la trova adesso, non è colpa di qualcuno in particolare, ma di un architettura di sistema sbagliatissima, tranne qualche oasi di eccezioni. Accade che non solo il ragazzo non impara un bel nulla (che è il fine primario della scuola), ma addirittura matura il rifiuto. La scuola fallisce. Con grande scoramento di noi docenti per primi che dobbiamo combatterci minuto dopo minuto con quel ragazzo e i suoi limiti e le sue potenzialità inesplorabili. E ciò accade in misura maggiore, ripeto, proprio nei luoghi in cui è necessario recuperare ritardi contestuali, piuttosto che amplificarli. E’ un rifiuto, quello dei nostri alunni, che l’Italia intera non può permettersi, non dico la sua famiglia o la mia scuola: l’Italia intera. Perché  fattore di sviluppo complessivo di una nazione sono i livelli degli apprendimenti e delle competenze.

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Malvino: E nessuno ci vedrà conflitto d’interessi

A un’Italia che è soffocata dal debito pubblico, stremata dalla crisi economica, dissanguata dai tagli alla spesa sociale, massacrata dalle tasse, la Chiesa costa più di 6 miliardi di euro ogni anno, anzi, secondo l’analisi più accurata, dettagliata e aggiornata che abbiamo a disposizione (qui), ne costa 6.086.565.703. Roba che va ai poveri, si dice, ma basta scorrere le voci di entrata per capire che non è così: ai poveri va solo il 20% dell’8xmille (la Cei rendeva noto qualche mese fa che, dei 1.067.032.535 euro incassati nel 2010, 450.000.000 erano destinati alle esigenze di culto, 357.000.000 al sostentamento del clero, 30.000 venivano accantonati e solo 230.000.000 spesi in “interventi caritativi”), in pratica meno del 4% degli oltre 6 miliardi complessivi, due soldi spesi per riempire un pentolone di minestra dal quale la Chiesa versa due mestoli di carità, pretendendo che le valgano una buona reputazione. Checché Mario Tarquini starnazzi e ristarnazzi dalla prima pagina di Avvenire, questo è il “non profit” al quale lo Stato dovrebbe un occhio di riguardo. Può risparmiarsi tutto quel “qua-qua”, questo governo non toglierà un centesimo alla Chiesa. E nessuno ci vedrà conflitto d’interessi, perché non è possibile provare che, se non avessero leccato il culo ai preti per una vita intera, Ornaghi e Riccardi non sarebbero ministri

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Un’altra manovra è possibile » Alessandro Gilioli

Quindi, ricapitolando.

Solo i famosi 131 cacciabombardieri F35 (non c’è stata ancora la firma del contratto, quindi potremmo disdirli senza penali) fanno 16 miliardi.

La dismissione di una parte delle caserme rimaste semivuote dopo la fine della naia obbligatoria consentirebbe di incassare rapidamente almeno altri 4 miliardi.

La rinuncia all’acquisto di due sommergibili e due fregate (anche loro già a bilancio) farebbe risparmiare un altro mezzo miliardo (abbondante).

Un accordo con la Svizzera sui capitali esportati clandestinamente – sulla falsariga di quello fatto dalla Germania – permetterebbe di incassare almeno 5 miliardi di euro.

Poi ci sarebbe il Vaticano: lasciandogli intoccato il suo otto per mille, i contributi alle sue scuole e tutto il resto, basterebbe abolire le esenzioni Ici, Ires, Iva e Irap, più i contributi regionali e quelli comunali per portare a casa un altro miliardo e mezzo.

Quindi ci sono le frequenze: 5,5 miliardi di euro sono una stima molto prudente di quello che si incasserebbe se le si vendesse anziché regalarle alle aziende tv e di telecomunicazione.

Infine, un taglio ai costi della politica non avrebbe solo un alto valore simbolico: tra riduzione dei rimborsi elettorali ai partiti, degli stipendi e dei vitalizi degli eletti (il presidente della Provinca di Bolzano guadagna più di Obama), delle auto blu etc, un altro mezzo miliardo verrebbe fuori facilmente.

Fanno 33 miliardi. Cioè di più di quello che con cipiglio sofferente il governo Monti sta chiedendo ai lavoratori, ai pensionati, ai cittadini.

Certo: ci diranno che così è troppo semplice, che non si può, che è più complicato, che noi siamo solo dilettanti e dobbiamo lasciar fare a loro.

Ma non potranno mai dirci che un’altra manovra è impossibile.

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Equità - Massimo Gramellini

(s.f.) Contrazione di E-qui-taglio. Diffusissima fra i cavalli e le altre bestie da tiro, come i muli, i buoi e i lavoratori con almeno 42 anni di contributi. Ex moglie dell’ex ministro Tremonti, con il quale ha avuto una figlia: Equitalia.

Esempio di equità: andare in pensione alla stessa età dei tedeschi senza però avere mai percepito gli stipendi francamente esosi dei tedeschi. Altro caso tipico di equità è il raddoppio dell’Ici alle vedove che vivono in case fin troppo grandi, per contribuire al fondo di solidarietà «Mansarde di Stato con vista panoramica abitate dai parlamentari a loro insaputa».

Aggettivo: equo. Nel sentire comune è equo che paghino gli altri, mentre è iniquo che paghi io. La saga «Lamento dell’Equo» di Evasor Multiplex racconta le avventure dei possessori di yacht in nero, che la tassa sui posti-barca costringerà a tentare un attracco di fortuna in qualche isolotto dei mari del Sud, dopo una sosta nei centri di raccolta svizzeri per fare il pieno di banconote non scudabili e difficilmente scusabili. Sinonimi: torna qua, hai da pagà, ma va là. Frasi celebri: «Rogito, equo suv» (pronunciata dal filosofo Cartesio, già ministro tecnico nel governo Ciampi, alla notizia della rivalutazione degli estimi catastali).

Curiosità: dopo le lacrime della ministra Elsa Fornero, alla manovra «Lacrime e Sangue» verrà presto aggiunto il sangue dei pensionati. Per equità.

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Addizionali, Imu sulla casa, Iva, benzina tasse e rincari da 600 euro a famiglia - I più poveri pagano di più

LA SIMULAZIONE: TRE FAMIGLIE A CONFRONTO

1. In proporzione pagano più i poveri
in arrivo un salasso da 480 euro

Famiglia bireddito. Un figlio a carico. Rendita abitazione: 600 euro
Un'auto a benzina che percorre 10mila km l'anno. Reddito annuo: 30.000 euro

Poveri e pure infelici. I redditi più bassi fino ai 30mila euro (34 milioni sui 41,5 dei contribuenti tricolori) sono quelli che, in proporzione, pagano il conto più salato al decreto "Salva-Italia". Presi uno per uno, i loro sacrifici paiono poca roba: un centinaio di euro in più per l'addizionale Irpef, un salasso (203 euro) per l'Imu, qualche decina di euro per il pieno dell'auto e gli aumenti Iva. Risultato finale: 480 euro l'anno di tasse in più. In totale l'1,6% del loro reddito, il 60% in più di chi di euro ne guadagna 150mila l'anno.

2. La pressione fiscale sale dell'1,6%
l'esborso massimo è di 790 euro
Famiglia monoreddito. Due figli a carico. Rendita abitazione: 800 euro
Un'auto a gasolio che percorre 20mila km l'anno. Reddito annuo: 50.000 euro

Sale un poco lo stipendio (gli italiani che dichiarano tra 30mila e 50mila euro sono circa 4 milioni) e per assurdo il carico fiscale della manovra diminuisce. In termini assoluti, naturalmente, chi guadagna 50mila euro l'anno pagherà più nuove tasse di chi è fermo a quota 30mila: 790 euro contro 480. Ma fatte le debite proporzioni le uscite aggiuntive pesano un filo meno sul bilancio di famiglia: l'1,58 per cento, con un esborso annuo tra Ici, addizionale Irpef, Iva e accise in crescita da 1.112 a 1902 euro.

3. Graziati dal mancato aumento Irpef
Il fisco chiede solo l'1% delle entrate
Famiglia monoreddito. Tre figli a carico
Rendita abitazione: 1100 euro. Seconda casa non affittata, rendita 1000 euro
Un'auto a gasolio che percorre 20mila km l'anno. Reddito annuo: 150.000 euro

Ricchi (abbastanza) e felici. Una famiglia con 150mila euro di reddito dopo le novità del decreto Salva-Italia paga 1.483 euro in più di gabelle. Una bella cifra, per carità, ma solo lo 0,98% delle entrate di casa. Gli italiani in questa fascia di reddito (pochissimi, tra i 70mila e i 150mila euro ce ne sono solo 780mila) se ne sono fatti rapidamente una ragione dopo aver scampato il pericolo del rialzo delle aliquote Irpef. Fossero state aumentate di due punti per scaglione dopo la soglia dei 70mila euro, ogni famiglia avrebbe pagato altri 1.600 euro in più.

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Mi » Piovono rane - Alessandro Gilioli

Mi

duna

Di tutta l’assertiva intervista a Radio24 di Sergio Marchionne vorrei sottolineare soprattutto il «mi»: quel significativo «mi» uscito dal cuore o dall’inconscio dell’amministratore delegato quando appunto se la prende con quella «minoranza che mi va a condizionare l’azienda» .

Beh, sarebbe ora che qualcuno gli dicesse, molto rispettosamente, un bel «mi un cazzo».

Con tutte le migliaia di milioni di euro che noi contribuenti le abbiamo regalato, alla Fiat, Marchionne impari a usare almeno il «ci».

Anzi, meglio ancora il «vi», dato che lui in Italia di tasse ne ha sempre pagate pochine.

Grazie.

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